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L’Isis sconfitto in Siria punta tutto sull’Algeria. Una minaccia diretta per l’Italia

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I jihadisti vogliono mettere mano sui giacimenti petroliferi e sul traffico di esseri umani. I primi segnali di questa strategia sono già evidenti sulle nostre coste.

Algeria, laddove l’Europa scoprì sulla Sponda Sud del Mediterraneo – era il dicembre 1991 – l’orrore dei massacri, delle decapitazioni, delle città sotto assedio, di una guerra civile, durata 11 anni, che provocò oltre 200 mila morti. Algeria, prossima fermata: Jihad. Sconfitto in Sira, lo Stato islamico punta tutto sul Grande Maghreb e dopo Libia e Tunisia nel mirino è entrata l’Algeria, con le sue ricchezze petrolifere e la sua democrazia imbalsamata, dove un presidente da tempo gravemente malato, Abdelaziz Bouteflika, lega l’agonia personale a quella del regime di cui da oltre 18 anni è l’asse portante.

La scelta di puntare sull’Algeria riflette anche una necessità vitale per l’Isis: mettere mano sui giacimenti petroliferi algerini, per contrabbandare il greggio, come è stato fatto quando le milizie di al-Baghdadi controllavano le aree dell’oro nero in Iraq, in Siria, in Libia.

Lo scorso primo settembre, l’Isis ha rivendicato online, attraverso l’agenzia Amaq, l’attacco kamikaze del giorno prima contro una stazione di polizia in Algeria. Almeno due gli agenti rimasti uccisi. Le forze di sicurezza algerine combattono una guerra su frontiere estese e profondamente deboli, come quelle con la Libia, il Niger, il Mali o la Mauritania. Paesi in cui lo Stato è molto debole, se non quasi del tutto inesistente, e dove i gruppi armati circolano liberamente e uniscono rivendicazioni territoriali, reti criminali, traffico di esseri umani e terrorismo islamico.

Secondo un recente report dell’Interpol, sono circa 1.500 i terroristi che cercano di eludere l’imponente sistema di controllo delle frontiere. E cercherebbero di farlo, secondo l’Interpol, non in armi – peraltro facilmente reperibili in Algeria, dove sono giunte in grande quantità dalla Libia post-Gheddafi – ma seguendo la strada convenzionale del passaggio della frontiera, grazie a passaporti falsi, ma di perfetta fattura. E dopo la caduta di Raqqa il numero dei foreign fighers di rientro in Algeria è destinato a crescere (stesso discorso vale per la Tunisia e il Marocco). A dare conto, vi sono i siti legati alla nebulosa jihadista monitorati da Site: nelle ultime settimane sono aumentati gli appelli ai mujaheddin impegnati in Siria di far rientro in Nord Africa, ai loro paesi di origine per fare del Grande Maghreb la nuova trincea più avanzata del Califfato: la testa di ponte per mirare all’Africa subsahariana, rafforzando il patto d’azione (e di affari) con Boko Haram in Nigeria e al-Shabaab in Somalia.

Così come è avvenuto in Libia, anche in Algeria l’Isis ha realizzato un sistema di alleanze con gruppi jihadisti locali: tra essi, il Jund al-Khilafah. Questo gruppo si è formato durante la guerra civile algerina degli anni novanta per iniziativa di Abdelmalek Gouri, l’ex braccio destro di Abdelmalek Droukdel, leader di Al Qaeda nel Magreb islamico (Aqmi). È responsabile dell’attacco suicida al quartiere generale delle Nazioni Unite ad Algeri nel 2007, e dell’attacco presso la località di Iboudrarene nell’aprile 2014, dove trovarono la morte undici soldati algerini. Figura chiave nella catena di comando dello Stato islamico è l’algerino Abu Mohammad al Jazrawi.

Un’Algeria « jihadizzata » è una minaccia diretta all’Italia. Un segnale in tal senso è l’incremento significativo di sbarchi di migranti algerini in Sardegna (il 320% in più rispetto al 2016), oltre che il manifestarsi di una potenziale rotta di rientro in Europa per foreign fighters. D’altro canto, la situazione sociale in cui è costretto il popolo algerino – 10 milioni di persone vivono al di sotto del livello di povertà – favorisce la penetrazione dell’Isis. Estremismo jihadista lungo i confini e disoccupazione giovanile al 30% (con punte del 75% per quasi 40 milioni di algerini sotto i 35 anni) sono una miscela molto esplosiva: quella che potrebbe far deflagrare l’Algeria.

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